«Sono autistico, ti insegno come si fa a….”

Il Corriere della Sera del 23-12-2012

«Sono autistico, ti insegno come si fa a diventarmi amico» 

Su un foglio le regole per i compagni

MILANO. Una fotocopia. Con quattordici consigli. Quattordici modi per imparare a stare insieme. A stare attenti senza far pesare nulla. A fare i compiti insieme senza temere che quando non si è proprio uguali le cose non si possono fare. Ad abbassare la voce, perché i suoni e i rumori troppo forti sono amplificati e rimbombano nella testa di Riccardo lo confondono e gli fanno paura. E allora quelle parole, dette anche con amore, possono avere l’effetto opposto. I suoi compagni di scuola stanno imparando. Piano e veloci, come gli adolescenti possono fare. «Non ditegli come fare, ma mettetevi accanto a lui e fatelo insieme», scrive la mamma Loredana, a scuola, l’istituto Itsos Albe Steiner, ad aspettarlo, per il cambio di ora tutti i giorni. La fatica e l’amore, insieme. Riccardo è un ragazzo autistico, ha appena compiuto quindici anni. Quando ha sostenuto l’esame di terza media ha portato con sé il suo labrador. Gli hanno permesso di lasciarlo in classe sotto il banco. Da quando c’è Peggy, Riccardo ha iniziato a parlare. La luce, se entra troppo forte attraverso i suoi occhiali scuri può fargli male, ferire i suoi occhi. Allora fate piano quando aprite le finestre. E i suoi compagni ora ci pensano prima di spalancarle. La mamma è lì, alla riunione di classe. Il suo sogno è di spedirle a tutte le scuole d’Italia. Perché può servire agli altri. Perché è inutile prendersela con le carenze dei fondi pubblici quando è troppo complicato. Meglio scrivere una preziosa guida all’altro. E farne centinaia di fotocopie. Fax. Mail. Eccola la prima regola: «Sono un bimbo solo, perché il mio autismo mi impedisce di comunicare e sono molto triste perché anche io vorrei giocare e parlare con te». Per diventare amici bisogna conoscersi, prima: «L’autismo mi impedisce di comunicare, per me è impossibile guardarti negli occhi e non riesco a rispondere ad una tua domanda. Le mie risposte sono dei movimenti impercettibili». Bisogna imparare ad essere più sensibili, più delicati. Non solo per Riccardo. Mamma Loredana si è sentita persino chiedere se era stata una mamma fredda con suo figlio. Lo racconta, adesso con un certo fastidio. Vecchie teorie (para)mediche che non sanno tener conto di genitori che di fronte alle difficoltà  non mollano. Racconta di quella volta che Riccardo era andato con il papà  dal veterinario e ha pronunciato la sua prima frase: «Attento al tuo gatto, il mio pastore tedesco, Killer, lo mangia». E allora l’intuizione di regalargli un cucciolo di Labrador. E quel cane diventa il suo ponte verso il mondo. Persino il suo primo maestro di sorrisi. Dentro le quattordici regole di mamma Loredana c’è un cammino di vita a tratti molto faticoso. Otto scuole che hanno chiuso la porta perché ci sono situazioni considerate troppo complicate da gestire. Poi una preside dà  un’intera aula vuota tutta per Riccardo e la sua insegnante di sostegno. E poi la classe «vera». Regola numero dieci: «Parlami lentamente con frasi brevi e con parole facili, tutto mi arriva rallentato e se non capisco aiutami. Trasformati in un mimo che racconta le storie con le mani e con la faccia». «Voglio che si realizzi come persona nella società », dice la mamma. Che una volta ha deciso, ad un congresso sull’autismo di fare una cosa che forse nessuno aveva mai fatto prima: far partecipare Riccardo. «Si parlava anche di lui, mi è parsa la cosa più naturale del mondo. Non solo professori, e luminari». Racconta di quella volta che davanti a un cartone animato vide Riccardo sfarfallare con le braccia. E allora cominciò a imitarlo perché quello doveva essere il modo per entrare in comunicazione con lui. Erano i primi sentimenti. «Ci sono le insegnanti che in questi anni ci hanno ringraziato dopo i timori iniziali». Perché i compagni di scuola imparano a diventare più attenti e sensibili. Non solo alla lavagna, ma alle persone. Tutte. Il messaggio che si vuole lanciare è che con la collaborazione di tutti, istituzioni e genitori, possiamo rendere la vita più semplice a questi ragazzi Più se ne parla, più soluzioni si trovano. E soprattutto si incoraggiano le famiglie che si sentono sole.

di Nicola Saldutti

Elisabetta Tonini

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